Capitolo 0: Perché un Manifesto

Pandemia, anno primo, 2021. L’intero universo del lavoro sta subendo i contraccolpi della crisi economica e sanitaria, e quello universitario non fa eccezione. I problemi strutturali delle condizioni di lavoro e di vita nell’università italiana, più volte sollevati dalle mobilitazioni studentesche e della ricerca precaria, sono esplosi nella generale crisi e incertezza economica, sociale e sanitaria provocata dalla diffusione globale del virus.

Tra gli elementi nuovi, e direttamente collegati alla pandemia, ci sono naturalmente alcune novità tecnologiche e organizzative: la didattica a distanza, mentre taglia i tempi di trasporto verso il posto di lavoro, confonde ulteriormente luoghi di lavoro e di vita, mettendo a nudo un digital divide troppo spesso ancora presente; le lezioni registrate, pur consentendo maggior flessibilità nell’organizzazione dei tempi di vita, da un lato frammentano il corpo studentesco riducendo sempre di più l’esperienza universitaria ad un asettico esamificio e dall’altro aggravano la ricattabilità del personale precario della didattica; l’inaccessibilità delle risorse non reperibili online, che per altro verso ha accelerato alcuni processi di digitalizzazione necessari, ha rallentato (quando non bloccato) parecchi lavori di ricerca e a pagarne le conseguenze sono state, ancora una volta, le figure più precarie. Altri aspetti invece sono ibridi, dettati in parte dalla fase storica e in parte da difetti sistemici prodotti nei decenni scorsi. I mancati rinnovi di assegni di ricerca e borse di studio, la difficoltà a ottenere proroghe, e il divario di genere persistente, che ha acuito le ricadute sulle donne in “smart” (home)working, sono contemporaneamente effetto della pandemia e di un lungo periodo di croniche storture dell’intero sistema di formazione superiore.

Da troppi anni infatti vediamo l’università italiana trasformarsi sotto i nostri occhi in una direzione che molte persone tra noi già denunciavano ai tempi della Riforma Gelmini. Nascondendosi dietro la retorica dell’eccellenza, il ciclo di riforme del 2008-2010 ha introdotto le regole ferree del New Public Management nel sistema di istruzione superiore e della ricerca, attraverso il taglio progressivo del finanziamento pubblico alla ricerca, la precarizzazione delle carriere accademiche, l’irrigidimento dei sistemi di valutazione della didattica e della ricerca e l’introduzione della quota minima del 40% di privati nei consigli di amministrazione nelle università. Dalla chiusura di quella fase sono passati dieci anni, e non sembra, a guardare il dibattito pubblico recente che coinvolge la politica istituzionale sui mass media, che la direzione sia destinata a cambiare. Anzi. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) finanziato dall’UE, che potrebbe costituire un’occasione storica per invertire la rotta rilanciando il sistema universitario dopo vent’anni di disinvestimento, ricalca invece le miopi linee guida del passato, accelerando addirittura la costituzione di hub “eccellenti” al servizio dei profitti privati degli imprenditori. Allo stesso modo, il nuovo piano di reclutamento proposto dalla CRUI, se approvato, espellerebbe il precariato storico, per di più estendendo la durata complessiva dei contratti precari a 19 anni per le nuove generazioni di precariə. Il disegno di legge attualmente in discussione resta invece nella prospettiva dei 12 anni di precariato. Ma quello che ci preme segnalare è che entrambe le proposte non affrontano minimamente l’insostenibile precarietà del lavoro di ricerca. Anzi, sembrano indicare una chiara volontà di espellere il precariato storico, mettendo un limite di anzianità nell’accesso alle posizioni tenure-track, e di rendere quasi impossibile la stabilizzazione per il precariato di più recente formazione.

Dopo un anno in cui abbiamo continuato a lavorare come precariə della ricerca sotto condizioni ancora più pesanti di prima, ci sentiamo esaustə ed alienatə: i nostri tempi di vita e lavoro sono sempre più confusi e il nostro livello di stress ormai oltre ogni livello di guardia. Il virus ci richiama insomma alla nostra posizione di vulnerabilità e sfruttamento, allo stato di emergenza in cui viviamo di regola. Ci costringe però anche a una riflessione non più rimandabile sulla funzione precipua della produzione dei saperi: infatti, insieme alla pandemia abbiamo assistito ad una terrificante delegittimazione del sapere scientifico. Le sofferenze economica, sociale e soggettiva che stiamo tuttə vivendo – e l’arricchimento di pochi alle spalle di moltə da cui queste derivano – hanno portato alla rottura del patto di fiducia tra scienza e società: paura, diffidenza e disorientamento sono così diventati terreno fertile per l’odio e il revanscismo contro capri espiatori costruiti artificialmente come nemici. Questa ondata populista, neo-fascista, maschilista e razzista che negli ultimi anni ha conquistato il governo di troppi paesi in tutto il mondo, ci interroga direttamente, mettendo in questione in primis la capacità della cosiddetta scienza di tradursi in democrazia e cittadinanza scientifica, unici veri antidoti contro la dicotomia tra complottismo e accettazione acritica dello stato delle cose presenti. Il recupero di un dibattito pubblico che ponga al centro i saperi critici passa dal miglioramento delle condizioni di lavoro in generale, e in particolare dal miglioramento di quelle di chi lavora nella ricerca – che ha il compito pubblico e sociale di creare, mobilitare e introdurre questi saperi nel dibattito.

Sappiamo, come la gestione della produzione dei vaccini ci dimostra, che il mondo della scienza non è innocente, perché è un campo di potere enorme e uno dei terreni più fruttuosi per il profitto capitalista, così come lo sono le nostre stesse vite. Ma come ogni campo di potere è attraversato da conflitti, gerarchizzazioni e resistenze. La lotta per la democrazia della e nella scienza è oggi un obiettivo fondamentale, che ci richiama alla nostra responsabilità in quanto ricercatricə, scienziatə e docenti, il corpo vivo di questo mondo. Questa lotta passa tanto dal dibattito sul ruolo e sugli obiettivi dell’istruzione e della ricerca nella nostra società, quanto da una riflessione sulla struttura che queste istituzioni di riproduzione sociale devono darsi per raggiungere quegli obiettivi. Scrivere questo manifesto è per noi un modo per rispondere a questa chiamata, e chiamare a nostra volta alla resistenza, all’organizzazione, alla lotta.

Cosa è successo all’università?

Nel corso degli anni ‘80, le forme della governance accademica hanno avviato il processo di transizione verso l’università neoliberale a partire dall’egemonia politica e culturale che il modello anglosassone ha conquistato nelle agende politiche globali. Le parole d’ordine legate a questo insieme di interventi sono state: valutazione, merito, eccellenza, internazionalizzazione e privatizzazione. In questa sede non passeremo in rassegna tutte le riforme che si sono susseguite per 30 anni e che hanno portato a trasformare radicalmente la governance universitaria neutralizzando la funzione pubblica e il ruolo della ricerca e dell’università, dall’accesso dei privati della riforma Ruberti fino alla legge Gelmini. Ci limitiamo a sottolineare due passaggi storici che hanno costituito dei veri e propri punti di non ritorno all’interno di questa trasformazione: il Processo di Bologna avviato nel 1999, che segnò definitivamente l’inizio dell’adeguamento del sistema italiano ad un modello neoliberale di Università, poi concretizzatosi di fatto con le riforme Berlinguer (2000), Moratti (2003) e Gelmini (2010); e l’istituzione per mano di Mussi della prima agenzia di valutazione nel 2006 (di fatto l’antenata dell’attuale Anvur).

Le riforme di quel ciclo si sono strumentalmente poggiate su una retorica efficientista e dell’eccellenza che prometteva di abolire corruzione, baronie e clientelismi, ma aveva in realtà l’obiettivo di giustificare il più grande taglio del finanziamento pubblico della storia dell’Università italiana. Il fondo per il finanziamento ordinario delle università, infatti, si è ridotto del 12% (tenendo conto dell’inflazione) tra il 2008 e il 2018; e, ovviamente, anche la promessa di eliminare la corruzione nel sistema accademico non era altro che uno spot. Efficienza e trasparenza, diventando paradigmi fondanti dell’università neoliberale, promettevano di scardinare i meccanismi di potere tipici della struttura feudale dell’università italiana, ma nella realtà hanno sostenuto e strutturato in egual modo le gerarchie esistenti. Anzi, la cronicizzazione del precariato avviata da quel processo non ha fatto altro che favorire ulteriormente lo sviluppo di baronie e clientelismi, consentendo l’instaurarsi di dinamiche di ricatto che hanno rafforzato il privilegio di chi le esercita. Il progetto del New Public Management ha così perseguito i suoi obiettivi di precarizzazione e aziendalizzazione attraverso i dispositivi di individualizzazione, disciplinamento e gerarchizzazione che hanno investito il mondo dell’accademia in tutte le sue sfere: la produzione e disseminazione dei saperi, la forza lavoro e gli strumenti di governance.

Il nuovo Programma Nazionale delle Ricerche (2021-2027), il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il nuovo piano di reclutamento proposto dalla CRUI approfondiscono ulteriormente questo processo, precarizzando all’estremo la forza lavoro e subordinando interamente la ricerca agli interessi di pochi attori privati. Contratti precari di 7+7 anni (!), dottorati industriali, integrazione della formazione universitaria nel mondo aziendale, finanziamenti pubblici alla ricerca condotta “in sinergia” fra Università e imprese attraverso la creazione di “centri di eccellenza” ad hoc. Il disegno è chiaro: in un momento di crisi economica, c’è chi tenta di portarsi a casa tutto il malloppo, a scapito della collettività cui vengono lasciate sempre meno briciole. Il tutto, naturalmente, condito con spruzzate di green- e pink- washing (soprattutto riguardo alle posizioni apicali dell’accademia) che ambiscono a legittimare pubblicamente l’operazione di dismissione finale dell’Università pubblica.

Compito nostro, delle marginalità che l’università la abitano e ne sostengono letteralmente le fondamenta, è sabotare questo progetto proponendone un rovesciamento radicale, per costruire un’università giusta, democratica e capace di trasformare l’esistente.

Nelle prossime sezioni, il nostro tentativo.