Capitolo 1: Didattica e democrazia nell’Università

La didattica è diventata uno dei comparti centrali dell’aziendalizzazione accademica, rispondendo all’imperativo circolare del mercato: più iscrizioni, più studenti/clienti, più prestigio, più iscrizioni e così via. I moduli di insegnamento sono sempre più intesi come prodotti la cui fornitura è sempre più regolata da regole burocratiche tipiche del customer care. Gli insegnamenti sono ridotti ad una somministrazione e ripetizione ricorsiva di saperi parcellizzati, frammentati e uniformati, non comunicanti tra loro, segmentati in moduli prét-à-porter e riconosciuti attraverso la quantificazione dei crediti – triste e veritiera metafora della conoscenza nozionistica impartita nelle aule universitarie negli ultimi vent’anni. La “terza missione” non è una branca di intervento dell’università, è la forma attenuata e addomesticata del principio zero a cui serve l’università.

La dequalificazione della didattica e la sua messa a valore, come ogni processo neoliberale, ha portato anche al (quasi) azzeramento del costo del lavoro che serve per produrla: il 29% (28.554) delle ore di insegnamento vengono sostenute daə cosiddettə “docenti a contratto”. Si tratta di personale precario con contratti di insegnamento calcolati in base alle ore frontali del corso (in media 1500 euro a corso), ma che in più hanno l’obbligo di svolgere tutte le attività connesse a questi corsi: tutte le sessioni d’esame dell’anno accademico, la supervisione delle tesi di laurea e i tutoraggi. È importante, inoltre, sottolineare che lə docenti a contratto, parallelamente al lavoro (sottopagato) di docenza, molto spesso effettuano lavoro di ricerca interamente non retribuito, fondamentale per la valutazione del curriculum in bandi e concorsi. Oltre al riconoscimento economico inadeguato al carico di lavoro, a questi ruoli non corrisponde la stessa responsabilità e coinvolgimento deə colleghə con un inquadramento contrattuale di ricerca. Nei luoghi in cui la didattica dovrebbe tradursi in “progetti formativi” organici e coerenti, dalle commissioni didattiche ai consigli di dipartimento, ai senati accademici e ai consigli d’amministrazione, non esiste una rappresentanza deə docenti a contratto.

La docenza a contratto richiama in effetti la logica dell’esternalizzazione dei servizi pubblici mediante manodopera precarizzata: un’erogazione di servizi a cottimo e parcellizzati, in linea con quanto accade, ad esempio, anche in altri ambiti del pubblico come il servizio sanitario nazionale, che in tempi di pandemia ha visto la somministrazione dei vaccini attraverso personale medico reclutato da agenzie interinali. A quando l’istituzione di un agenzia interinale per l’erogazione della didattica universitaria? Come vedremo meglio più avanti, infatti, la dinamica del cottimo è penetrata efficacemente anche nella ricerca precaria. Non è l’unico parallelismo possibile: questo sistema di didattica a chiamata produce un paradosso tipico dei nostri tempi. Sarà (in)sostenibile solo per chi potrà permettersi mesi di assenza di reddito, chi imparerà a sacrificarsi senza protestare, chi riuscirà a tenersi diversi contratti precari dentro e fuori dalle mura universitarie, o chi farà letteralmente la fame, soprattutto se si valuta che il pagamento di questi contratti è molto spesso posticipato di diversi mesi e talvolta anni. In ciascun caso, la docenza a cottimo rappresenta un ottimo filtro, nonché un addestramento perfettamente consono alle esigenze della governance aziendalistica dell’università: imparare a fare (o, meglio, eseguire) da solə, accettare condizioni di lavoro al limite della sostenibilità.

Specularmente al personale docente a contratto, anche chi è titolare di assegni di ricerca molto spesso si vede assegnare – dal professore o dalla professoressa ordinaria di riferimento – compiti didattici non previsti dall’inquadramento (comunque precario e sottopagato) di ricerca. Questo lavoro imprevisto è, naturalmente, retribuito con la moneta dell’economia della promessa, il noto vuoto cosmico dell’ “avrai un posto” in altri settori dell’economia conosciuto come “pagherò”. Anche in questo caso, l’erogazione di didattica a cottimo sottintende che i suoi contenuti sono decisi e organizzati senza la possibilità che il personale che li eroga abbia alcuna voce in capitolo. L’istituzionalizzazione di queste dinamiche nelle Università si fonda, e si riproduce, su una struttura di potere profondamente gerarchica e sul ricatto che ne deriva: il precariato di ricerca è la diramazione terminale di un sistema verticale che lo tiene perennemente sul crinale dell’espulsione, di fatto marginalizzandolo – sia sul piano decisionale sia su quello economico – e rendendolo invisibile. La maggior parte della forza lavoro all’interno degli atenei è un fantasma che si materializza (sotto ricatto) ove c’è da erogare quello che ormai è diventato un servizio preconfezionato, e viene fatto sparire coattamente dagli ambiti in cui si decide cosa prevede questo servizio e come erogarlo perché assolva al suo ruolo sociale.

L’impossibilità del precariato della didattica di avere voce in capitolo riguardo ai contenuti dei corsi implica, naturalmente, il disciplinamento indiretto dei contenuti dell’insegnamento: plug-and-play dei pacchetti didattici, subito pronti all’uso. Questo disciplinamento implicito riferito ai contenuti dei corsi è anche il risultato dell’enorme carico di lavoro cui questo precariato è sottoposto: chi fa docenza a contratto deve spesso gestire diversi corsi in sedi distinte, mentre lə assegnistə vedono, nella didattica, solo la sottrazione non retribuita di tempo alla ricerca. “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” (art. 33 Costituzione) sono parole ormai vuote all’interno del sistema universitario di questo paese attraversato da profondi vulnus democratici.

È in questo quadro che si è inserita la Didattica a Distanza (DaD), che è stata introdotta emergenzialmente nel corso della pandemia ma ha trovato un terreno ottimale di crescita per affermarsi e diventare strutturale all’organizzazione universitaria. La DaD ha comportato infatti una riconversione massiccia: dalle docenze a contratto in presenza alla somministrazione on-demand di corsi registrati, e di ruoli a chiamata per gli esami on-line. Un enorme vantaggio economico, soprattutto per gli atenei le cui finanze sono state ridotte sul lastrico dagli ultimi dieci anni di “austerity meritocratica”. In tutta onestà, ci sembra che – almeno sotto questo aspetto di implicita spending review – la diffusione della DaD rappresenti in fondo la naturale evoluzione della governance universitaria che abbiamo conosciuto: ulteriore precarizzazione della forza lavoro e sapere parcelizzato, dequalificato, neutralizzato da qualunque contenuto non allineato/non conforme alla norma e sottratto alla discussione democratica e al confronto.

Un modello di sapere critico, plurale e accessibile a tuttə

La nostra visione della didattica si fonda su presupposti e principi diametralmente opposti. Una didattica che cresca e si nutra nell’interazione e nel confronto tra chi insegna e chi studia, che rifiuti la parcellizzazione funzionale al mercato dei crediti universitari, che ponga al centro il potenziale metodologico ed epistemologico del sapere critico, che produca un’analisi autonoma della realtà accessibile al maggior numero di persone possibile, che promuova l’esercizio della critica come forma di controllo popolare sul potere economico e politico.

La didattica è un nodo fondamentale tra la produzione di conoscenza e ricerca scientifica e la loro disseminazione come forma sia di insegnamento che di messa a verifica e confronto sugli approcci, le metodologie, i posizionamenti adottati e i risultati ottenuti. È dunque un momento intrinseco e necessario del processo di produzione del sapere, che si esplica in termini di scambio bidirezionale e relazione, e non di somministrazione univoca e gerarchica delle nozioni da far apprendere. La didattica in altri termini deve essere intesa come progettualità formativa organica e non tradursi in una mera segmentazione di moduli sconnessi e non comunicanti tra loro. A questa progettualità lə studenti devono poter partecipare attivamente, come soggetti e non oggetti del proprio percorso formativo. In questo senso, vanno abolite le classi-pollaio che non permettono lo scambio e l’attività laboratoriale, e il sistema valutativo-punitivo quantitativo che caratterizza tutti i dispositivi meritocratici accademici deve essere sostituito da una relazione tra docenti e studenti che tenga conto del contesto, delle condizioni, degli obiettivi e del percorso svolto, in termini di supporto e valorizzazione delle conoscenze assunte e non esclusivamente di misurazione delle nozioni apprese.

È fondamentale che, prima della specializzazione, i corsi iniziali siano comuni e generali; allo stesso tempo, nell’ottica della costruzione di una cittadinanza democratica, corsi di approfondimento su temi legati alla giustizia sociale, all’antirazzismo, al femminismo, all’ecologia dovrebbero essere disponibili e previsti in tutti i curricula. Una didattica che quindi non può non compiere una riflessione sulla mutilazione della pluralità degli sguardi nell’insegnamento, che non può limitarsi a quello dominante: maschile, bianco, eterosessuale, abile, capitalista; né può essere incasellata definitivamente all’interno delle classi disciplinari, ma deve avere l’obiettivo di produrre e trasmettere conoscenza per migliorare condizioni di vita generali della popolazione – e dunque non a fini di profitto. La formazione superiore deve essere accessibile a tuttə attraverso l’abolizione delle tasse universitarie (con l’Università pagate interamente da una fiscalità generale realmente progressiva) e la sua continuità garantita attraverso la previsione di reddito e welfare universali. Naturalmente, lə docenti devono essere adeguatamente retribuitə tenendo conto di tutto il lavoro “in presenza” e non – revisione tesi, preparazione lezioni, aggiornamenti, ricevimenti, commissioni, riunioni ecc. Deve essere quindi abolita la figura dellə docente a contratto retribuitə per i soli mesi di lezione o a cottimo.