Capitolo 3: Ricerca e valutazione

La trasformazione neoliberale dell’università è stata caratterizzata da tre assi concettuali: l’individualizzazione dei percorsi garantita dalla precarizzazione strutturale delle carriere dellə giovani ricercatricə; il disciplinamento e la selezione dei saperi per classe, razzializzazione e genere e la centralizzazione del potere nelle strutture accademiche che avviene tramite il dispositivo della valutazione.

L’introduzione dei principi del New Public Management ha posto le basi per un sistema universitario fondato in primis sulla competizione ed una gestione manageriale degli atenei, introducendo l’accountability come paradigma di governo dell’accademia di cui i criteri di valutazione sono l’espressione più evidente.

Le dinamiche di competizione instaurate dalla retorica meritocratica dell’eccellenza, sottesa all’introduzione del sistema di valutazione, hanno colpito ogni livello della filiera della conoscenza riproducendo meccanismi analoghi tra atenei, nel personale di ricerca e nel corpo studentesco. Sebbene le conseguenze peggiori di questo nuovo modello cadano inevitabilmente sulle soggettività più precarie, sotto il costante ricatto dell’espulsione dal sistema, la distribuzione di ogni risorsa segue una logica premio-punitiva, che penalizza chi ha meno possibilità per favorire chi già in partenza risulta avvantaggiato.

In particolare, la ripartizione dei fondi ha luogo attraverso meccanismi valutativi che analizzano la capacità di razionalizzazione (spending review) di ciascun ateneo e i suoi livelli di produttività scientifica. E’ la cosiddetta quota premiale, introdotta nel 2014, come percentuale di fondi da ripartire sulla base della “qualità” del singolo ateneo. Questa quota è cresciuta nel tempo arrivando al 26% del totale del FFO previsto per il 2020. Tale scelta politica ha avuto l’atteso effetto sperequativo: a risentirne più di tutti infatti sono stati gli atenei del Mezzogiorno e quelli di dimensioni più ridotte. Ad esempio, il numero dei “dipartimenti di eccellenza” degli atenei milanesi è pari a quello di tutti gli atenei del Meridione.

Inoltre, la drastica riduzione delle posizioni disponibili seguita al taglio dei finanziamenti ha attribuito al sistema valutativo anche il ruolo di filtro tra chi può sperare di proseguire il proprio percorso lavorativo e chi, magari dopo dieci anni di precariato, deve cercare un’altra strada. La scelta della performance come criterio e della punizione come metodo ha innescato un disciplinamento basato sul ricatto della precarietà, l’incertezza lavorativa e l’economia della promessa. Il meccanismo “per soglie” del sistema di Abilitazione Scientifica Nazionale, i criteri bibliometrici come l’impact factor e l’H-index e il mercato delle riviste scientifiche, con la relativa classificazione (spesso arbitraria e non estranea a logiche di potere fra le baronie accademiche) tra “fascia A” e “fascia B” sono diventati lo score di una competizione tra chi fa ricerca, che ha portato al cosiddetto publish or perish: nella gara a pubblicare il più possibile per sperare di non essere espulsə dal tessuto accademico, a perdere è proprio quella qualità della ricerca che pubblicamente si dichiara di voler elevare.

In questo sistema, la cosiddetta eccellenza è strettamente legata alla quantità della produzione. La qualità è invece valutata solo con i rigidi sistemi determinati dall’accademia, così da continuare ad alimentare i sistemi di potere e potentati di vecchio stampo, che si sono nel frattempo adeguati a questi nuovi criteri. Sebbene la qualità della ricerca sia certificata solo dall’apparato di governance, uno dei criteri più importanti per valutare i prodotti della ricerca, ovviamente ammantato di un’aura di “oggettività”, è basato sulla loro capacità di attrarre fondi. Questo ha determinato lo sbilanciamento tra ricerca applicata e ricerca di base (in alcuni casi completamente bandita dal relativo settore scientifico disciplinare), con la conseguenza di minare la diversità dei saperi nel tentativo di appiattirli sulla domanda di mercato. Inoltre, si corre il rischio di un impoverimento di contenuti dei corsi di laurea a vantaggio dell’offerta a pagamento e di un sapere sempre più subordinato agli interessi degli operatori privati del mercato, anche come possibilità di indirizzo delle ricerche e di controllo dei risultati.

In tal senso, un ruolo fondamentale è svolto dalle procedure di tutela dei diritti di proprietà intellettuale, ovvero la possibilità di privatizzare il sapere prodotto all’interno di strutture pubbliche mediante, ad esempio, l’apposizione di brevetti, i quali consentono la valorizzazione economica privatistica del sapere, sottraendolo alla sfera pubblica. Naturalmente, queste dinamiche di sfruttamento economico da parte di soggetti privati esterni alle Università orientano fortemente sia le linee di ricerca che la destinazione dei finanziamenti ai dipartimenti.

Rispetto alla libertà di ricerca, l’attuale modello valutativo è al contempo specchio e meccanismo di rinforzo dei rapporti di forza che già vengono espressi. Nonostante qualche saltuario tentativo di washing più o meno smaccato, un’istituzione fortemente normata (dove la norma è tendenzialmente bianca, maschia e benestante) sarà sempre destinata a produrre saperi normati e normalizzati. La normalizzazione dei saperi porta con sé una serie di gravi storture: la riproduzione di un modello culturale poco pluralista, un clima di chiusura e intolleranza invece che di dialogo e di confronto, il soffocamento delle posizioni minoritarie che appiattisce la discussione scientifica invece che arricchirla: a perderci è il pluralismo degli sguardi accademici, rappresentati spesso da soggetti non conformi alla triade maschio, bianco, benestante e dunque donne e soggettività marginalizzate vengono escluse dalla possibilità di produrre sapere. Questo discorso colpisce in modo diretto tanto i prodotti della ricerca scientifica quanto le esperienze di didattica correlate e naturalmente tutto il personale universitario. In queste condizioni, chi si trova all’inizio della propria carriera deve scegliere tra seguire i propri interessi di ricerca e l’adesione a un conformismo o a una valorizzazione economica dei saperi. Di fatto, si ostacola la possibilità di esercizio di saperi critici o, nei settori potenzialmente più applicativi, di intraprendere ricerche su tecnologie non utili al mercato, ma volte invece a migliorare le condizioni di vita della collettività.

Un modello cooperativo, democratico e egualitario.

Nella nostra visione del mondo il sapere, la sua produzione e trasmissione, sono orientati a un miglioramento delle condizioni collettive e dell’eguaglianza sociale: un’università che sia un luogo di democrazia economica, sociale e politica, nelle forme come nei contenuti. Al contrario, un’università completamente orientata e subordinata al mercato produce dinamiche competitive che portano alla valorizzazione capitalistica e ne svuotano il ruolo sociale.

Proponiamo un sistema di ricerca e valutazione basato sui principi della cooperazione e della collaborazione, in contrapposizione con la competizione e il modello del “lonely hero” affermato dall’ossessione valutativa individualista: da un lato perché non si dà ricerca che non sia collettiva; dall’altro, perché il confronto collettivo non sia scoraggiato nelle forme della cooperazione e incanalato nelle forme della competizione. Ispirare la ricerca a queste logiche significa prima di tutto inquadrarne gli obiettivi: non più il filtro e la selezione di pochi prodotti eccellenti, ma il miglioramento di ciascun contributo, abbandonando così l’idea di costruire sterili classifiche e comparazioni tra lavori che per loro natura non ha senso comparare e mettere in competizione. Questa logica avrebbe inoltre il vantaggio di sgomberare dal campo l’equivoco su cui si fonda la nozione di eccellenza: quello che serve per avere una buona qualità della ricerca non sono pochi “outliers” molto migliori di chiunque altro/a, ma uno standard elevato e diffuso. Serve, dunque, un processo capace di valorizzare le caratteristiche della ricerca e di chi la produce, attraverso una pratica di confronto che coinvolga tutta la comunità scientifica. Se valutare la ricerca significa stabilire norme e criteri per esprimere dei giudizi di qualità, istituire un modello di valutazione cooperativo significa avviare un processo in cui quelle norme e quei criteri vengono definiti collettivamente e non imposti dall’alto verso il basso. Per il ruolo strategico che assume oggi la valutazione e per la forma con cui viene condotta, infatti, metterne in discussione e ribaltarne i presupposti più malsani ha molto a che fare con la difesa della democrazia dell’istituzione accademica.

Crediamo che la sfida sia costruire un modello che favorisca l’inclusione di soggettività e prodotti di ricerca non normalizzati che sappiano rappresentare e dare voce a una pluralità di percorsi ed esperienze: per vincere questa sfida non si può che partire dalla messa in discussione del privilegio di chi occupando posizioni di potere impone una determinata norma ai saperi. Ammettere invece che anche la produzione di saperi è un’esperienza situata e riconoscerla è un atto politico di grande coraggio e democrazia che oggi rivendichiamo. Gli organi di valutazione sono il primo luogo decisionale che deve iniziare a promuovere questo approccio.

Di seguito le nostre rivendicazioni:

  • procedure collegiali per l’accesso alle commissioni di valutazione che coinvolgano anche tutte le figure dell’accademia e non solo quelle strutturate;

  • che le figure precarie siano adeguatamente rappresentate negli organi di governo degli atenei, ma anche in tutti quegli spazi in cui i meccanismi valutativi vengono utilizzati come dispositivo di potere (per esempio commissioni di concorso, board delle riviste scientifiche, commissioni valutative di progetti che erogano fondi);

  • un ampliamento degli elementi di cui la valutazione debba tenere conto (per esempio, la didattica ma anche la divulgazione);

  • un sistema di referaggio retribuito, accountable e trasparente per orientare la ricerca e la sua valutazione al miglioramento del processo scientifico e conoscitivo che quindi renda possibile “chiederne conto” a chi la esercita in una dimensione collaborativa.

Rivendichiamo da sempre il completo rifinanziamento pubblico del comparto universitario e della ricerca e crediamo che la qualità dei percorsi formativi e della ricerca ne dipenda imprescindibilmente. Vogliamo un’università pubblica, accessibile, indipendente e di qualità, ma sappiamo anche che per garantire l’indipendenza e la libertà di ricerca questo finanziamento non deve passare dalle logiche di mercato che orientano gli interessi privati e che solo il finanziamento pubblico è in grado di garantire che la ricerca sia orientata al benessere collettivo, assolvendo così al suo ruolo sociale. Vogliamo inoltre che i finanziamenti seguano logiche sussidiarie e di solidarietà. In questo senso, crediamo che sia necessario allocare le risorse seguendo un criterio redistributivo, sia riguardo ai fondi agli atenei che riguardo alle linee di ricerca e ai rispettivi gruppi che le portano avanti attraverso i loro progetti. Questo è vero tanto dal punto di vista deə ricercatricə (e dei gruppi di ricerca), quanto dal punto di vista degli atenei, – con una conseguente ricaduta positiva anche su tutto il sistema territoriale in cui questi ultimi sono inseriti.

Immaginare un’alternativa a questo sistema di ricerca e valutazione è una delle sfide più urgenti e cruciali da cui passa il futuro dell’università. Crediamo che un modello cooperativo, democratico e perequativo possa e debba esistere e, come abbiamo già sottolineato, crediamo che questa non possa che nascere dal basso, con una discussione che coinvolga tutte le figure che compongono la comunità accademica e che abbia l’obiettivo di restituire a università e ricerca la loro dimensione di beni comuni consentendo loro di tornare a svolgere il loro naturale ruolo sociale.